L’archiviazione dei libri nelle biblioteche è un problema da sempre. Dalla notte dei tempi. Tante le innovazioni, un secolo dopo l’altro. Oggi è il turno dell’Rfid, ma c’è chi parla di Library 2.0. Per accelerare i processi di noleggio (grazie alle smart card distribuite agli iscritti che consentono di automatizzare i servizi di prelievo e restituzione), per aumentare la sicurezza (garantendo il materiale dai furti), per azzerare i tempi di archiviazione e inventario. In tutto il mondo si moltiplicano i casi di successo. Lo fanno i circuiti locali, i network di circoscrizione… L’archiviazione con l’Rfid funziona. E funziona bene.

Verso uno standard di archiviazione Rfid a livello nazionale?
Negli Stati Uniti il fenomeno è così diffuso che il governo ha deciso di uniformare gli standard Rfid. Da marzo del 2012 l’autorità locale che fa capo all’Iso (Organismo internazionale per le standardizzazioni) ha emanato direttive precise per regolamentare l’uso dei tag nelle procedure di archiviazione e distribuzione delle biblioteche americane. Le radiofrequenze ISO 28560-2 possono essere utilizzate per fini vari e ugualmente utili, come l’archiviazione dei volumi, la gestione dei prestiti e delle restituzioni, l’accertamento delle condizioni dei libri e soprattutto la catalogazione in loco. L’opportunità è allettante anche per i fornitori di tag Rfid e sistemi di autoidentificazione, i quali potranno finalmente iniziare a lavorare nelle biblioteche seguendo uno standard imposto dall’alto, vedendo così una parte dei loro sforzi (nella ricerca e nello sviluppo) dimezzati.

Anche in Inghilterra il Book Industry Communication (BIC) sta potenziando gli sforzi per definire un modello di archiviazione Rfid comune, mentre le linee guida americane sull’archiviazione Rfid nelle biblioteche costituiscono ormai vere e proprie best practice da cui attingere anche solo per trovare ispirazione. Ecco, in sintesi, i 5 passaggi chiave del bibliotecario Rfid.

Progettare: prima l’analisi e poi il testing
Per l’archiviazione Rfid non è un servizio aggiuntivo, ma la premessa della riuscita del progetto stesso. Se le linee guida sono quelle governative, si può chiamare compliance del sistema. In ogni caso, significa implementare, a livello infrastrutturale e di standard, tag Rfid che funzionino rispettando le condizioni dell’ambiente (possibili barriere o interferenze di campo) in cui verranno utilizzati. Questo prevede un’analisi dei tag più adatti, dei procedimenti di codifica e selezione delle informazioni da criptare. Il tutto con una fase di data delivery che include un’indagine approfondita sulla natura delle radiofrequenze e della loro compatibilità con i modelli ISO. Il servizio dovrebbe ovviamente essere esterno al fornitore e indipendente da altre forze economiche coinvolte nel progetto specifico.

Mettere il tag a ogni libro, documento, materiale
Prevedere l’installazione del tag Rfid all’inizio del ciclo di vita del libro, presumibilmente in fase di produzione oppure all’inizio dell’implementazione del sistema a radiofrequenze qualora il volume fosse già passato nela fase di archiviazione. Il tag risulta utile oltre che per le biblioteche e il personale addetto, anche per i distributori, gli editori e gli operatori di mercati afferenti, vedi quello dei libri usati.

Capitalizzare l’Rfid ben oltre l’archiviazione
Lo sviluppo e l’applicazione degli standard presenta effetti a catena molto positive, poiché i tag utilizzati da una biblioteca possono essere utilizzati da un’altra per fini di sicurezza e identificazione del volume. Sul lungo termine questo può voler significare l’adozione di sistemi che non vadano in conflitto con gli standard ISO e quindi l’estensione dei servizi che le biblioteche offrono al loro interno, come l’archiviazione, e all’esterno, come il noleggio e la restituzione. Allo stesso modo le librerie e i distributori potranno usufruire di tag pre-esistenti per progettare e integrare dei loro sistemi di controllo.

Ragionare sulla scalabilità della soluzione
Molti tag utilizzati nelle biblioteche contengono solo un barcode numerico tradizionale, per quanto il chip al loro interno lasci spazio alla conservazione di altri dati, utilissime tanto per l’archiviazione quanto per molte altre attività.
Dopo un periodo di assestamento per usi mainstream dei tag (archiviazione e catalogazione su scaffale) è bene passare ad applicazioni creative della tecnologia per evitare che una novità si trasformi in meteora in un batter d’occhio. Si potrebbe per esempio impiegare il sistema Rfid per snellire il lavoro umano e canalizzarlo in modo più produttivo. Allo stesso tempo sarebbe interessante studiare un’interfaccia mobile che consenta alla biblioteca specifica di comunicare con il suo fruitore anche fuori dalle sale di consultazione.

Attenzione alle eccessive personalizzazioni
Tuttavia per cogliere a pieno le opportunità offerte dalla tecnologia Rfid bisogna considerare anche altri fattori. I fornitori potrebbero per esempio incorrere nella necessità/voglia di differenziare il proprio prodotto andando a minare il corretto funzionamento del sistema di archiviazione previsto dagli standard e quindi l’interoperabilità. Ecco alcuni esempi di come ciò può accadere:
-Archiviazione e decodifica personalizzata dei dati
-Funzionalità di sicurezza stabilite dall’acquirente
-Software o firmware dipendenti da un sistema e quindi utilizzabili solo con tag specifici
I rischi sopraelencati mostrano come in casi del genere non c’è, o meglio non ci deve essere, differenziazione dell’offerta poiché essa non va a minare lo scopo massimo dell’implementazione: l’interoperabilità.

Al momento la questione, almeno in Italia, non si pone ancora in questi termini: per motivi economici, geografici e politici. Va però considerato che sviluppi futuri dovrebbero prevedere sforzi maggiori per stabilire standard di archiviazione e comunicazione compatibili con i criteri iniziali dell’ISO per poter creare un sistema nazionale unificato. In un paese che punta alle smart city, l’unificazione dei servizi pubblici di archiviazione e gestione Rfid sul territorio dovrebbe rappresentare un asset portante dello sviluppo.